giovedì 7 giugno 2012

Il più popolare culto neopagano


via Byline

Tutti ci ricorderemo delle lacrime di coccodrillo della signora Elsa Fornero, come si possono vedere al minuto 666 della sua sceneggiata parlamentare. Molti hanno ironizzato sulle motivazioni di quel momento di commozione e c’è stato un utente del blog di Franceschetti che, volendo applicare il principio del nomen omen, ha fatto riferimento al FORNO alchemico di un’occulta opera al NERO della neoeletta ministra.

Con il passare delle settimane e l’acuirsi della crisi economica, i suicidi degli imprenditori possono essere considerati dei veri sacrifici umani indotti dai condizionamenti mentali prima ancora che da una reale difficoltà economica.

Se il lavoro è schiavitù, molti schiavi devoti non sopportano l’onta d’esserne privati.

Prima di parlare di una forma leggera di schiavitù, il calcio, da contrapporsi alla forma pesante di schiavitù del lavoro, vorrei evidenziare che ci sono altri tipi di sacrifici invisibili.

 

Se accettiamo l’idea che nel mondo sono all’opera forze demoniache che spingono interi popoli ad odiarsi e li conducono al macello delle guerre, i morti sui campi di battaglia, attraverso tutte le epoche, possono essere anch’essi considerati sacrifici umani e siccome portare enormi masse di vittime sacrificali sul luogo del sacrificio, senza il loro consenso, non è cosa di facile attuazione, i sacerdoti celebranti hanno pensato bene di farveli arrivare con l’inganno e se serve con la minaccia.

Si sono quindi inventati concetti come il patriottismo, la difesa dei confini, dell’identità etnica e dei valori tradizionali, così che folle inquadrate di soldati si recassero giulivi all’appuntamento fatale.

L’inganno prosegue tuttora e un suo segnale indicativo può essere trovato nel linguaggio usato per commemorare eventi bellici del passato, nonché nella presenza di altari e are come quelle che gli auguri e gli aruspici usavano per scannare gli animali.

A dare man forte a questa tragedia cosmica, ci si sono messi i professionisti della religione, in tonaca, pizzi e merletti, che poi non sono altro che l’altra faccia del militarismo. I preti stanno ai militari come il poliziotto buono sta a quello cattivo, con l’aggravante che i preti parlano di amore fraterno e infangano i principi cristici dell’amore universale mentre, nella pratica, benedicono le armi e approvano le varie guerre sante, da essi e dai loro complici concordate.

George Orwell non ha inventato niente di nuovo quando parlava di neolingua e bispensiero. Non ha fatto altro che prendere a riferimento l’antica ipocrisia delle religioni in genere e della Chiesa in particolare.

Sempre per rimanere in ambito umano, benché non ci siano prove certe, tutti i circa mille bambini che spariscono nel nulla ogni anno in Italia, per tacere di quelli che scompaiono nel mondo, potrebbero essere usati come vittime sacrificali durante le messe nere. Se poi andiamo a vedere chi partecipa a tali cerimonie occulte, ci accorgiamo che sono gli stessi che dirigono il mondo, mandando interi popoli al macello.

Non tutti hanno di questi interessi malvagi, perché molti sono grandi finanzieri e banchieri che non hanno tempo di sgozzar bambini in umide caverne montane: portare avanti il progetto di distruzione del Pianeta comporta grandi sforzi e fatica e occupa tutte le loro giornate.

Debordando dall’ambito umano, possiamo passare dai bambini agli animali, avendo, in tal caso, solo l’imbarazzo della scelta.

Negli ultimi duemila anni, con l’avvento del cristianesimo, i sacrifici animali in pubblico sono stati accantonati e sull’altare in chiesa si mettono solo fiori, candele, un leggio con un libro e il calice delle particole, ma siccome il lupo perde il pelo, gli stessi riti sanguinari si sono trasferiti altrove: nei lindi laboratori della religione scientista.

Il passaggio è stato facile. Il dogma dell’antropocentrismo c’era già e padre Agostino Gemelli, a cui è stato intitolato un ospedale romano, praticava egli stesso la tortura sulle vittime sacrificali. Gli stessi officianti, che si fanno chiamare ricercatori, vestono candidi paramenti, spesso schizzati del sangue delle loro vittime.

L’unico inconveniente, ma a cui hanno fatto facilmente l’abitudine in virtù delle cospicue mercedi ricevute, è che non possono farlo in pubblico, ma solo alla presenza di giovani adepti cooptati, chiamati studenti di medicina.

Per il resto, sacrificare cavie è la prima forma di rito propiziatorio volto ad ingraziarsi il Dio Moloch, che se si riterrà sazio e appagato elargirà ricchezze ai suoi fedeli sacerdoti. Che poi, nella realtà, gli assegni arrivino dalle industrie farmaceutiche poco importa, giacché niente ci vieta di pensare che queste ultime siano in mano a divinità malvagie assetate di sangue.

Non va dimenticato che alla tortura sulle cavie animali segue quella sulle cavie umane, fiduciose anch’esse come i soldatini al fronte, e il cui sacrificio si consuma nel chiuso di lindi ospedali. In questo caso, il pubblico è più numeroso.

E veniamo infine ad altri eventi benedetti dal sangue delle vittime sacrificali, in ossequio a un’antica tradizione merovingica. Nello stesso modo in cui, per ottenere buoni auspici, si scatenano candidati manciuriani imbottiti di tritolo in mezzo ai mercati affollati di casalinghe o all’interno delle scuole frequentate da studenti, così ogni evento che richiami un numero sufficiente di persone deve essere battezzato con il sangue di creature innocenti.

Non potendo sempre disporre di bambini (a Brindisi hanno dovuto accontentarsi di una quindicenne), a malincuore si adattano con gli animali e, tra questi ultimi, nessuno è più vicino all’uomo e alla sua sfera affettiva, del cane.

A dispetto di pochi malati mentali che lo considerano pericoloso e dannoso alla società, il cane rappresenta per noi occidentali, in questo momento storico sottoposti ad attacchi da più parti, un membro delle nostre famiglie. A volte un surrogato dei figli. Non c’è niente d’immorale in ciò, checché ne dicano i pretazzi specisti, perché dipende solo dalle nostre capacità empatiche, di noi come specie evoluta.

Ecco che, con la scusa di rendere le strade più vivibili per le folle di tifosi in arrivo, in Ucraina da settimane va avanti la mattanza di cani e gatti randagi. Non so come la prendano gli ucraini e come ne parlino i giornali del posto, ma nell’Europa occidentale queste stragi rappresentano l’ennesima vergogna scaturita dalla ferocia della nostra specie. Un ulteriore dolore morale per le persone sensibili.

I nostri massmedia non ne hanno parlato molto, ma ci abbiamo pensato noi animalisti a farlo sapere alla gente. In tal caso, anche se i nostri atleti non dovessero giocare con la fascia nera al braccio, in segno di lutto per i randagi assassinati, gli spettatori negli stadi e quelli a casa davanti alla tivù, sapranno a livello subliminale che le partite sono state precedute dal sacrificio propiziatorio di migliaia di cani, alcuni gettati vivi nelle fornaci (ecco che ritorna il forno alchemico!) semoventi allestite alla bisogna.

Basta un accenno, una sola foto di cani bastonati, una parola detta dal rompiscatole di turno, che milioni di spettatori saranno contaminati dal pensiero del sangue versato a loro beneficio. In loro onore. Molti troveranno giustificazioni, per esempio che se i cani s’imbrancano possono attaccare i turisti, ma la maggioranza respingerà fastidiosamente ogni senso di colpa, imprecando tra i denti contro quei rompiballe di animalisti fanatici.

Già, perché se diciamo che non bisogna mangiare carne siamo fanatici. Se diciamo che il miglior amico dell’uomo, il cane, non merita questa fine siamo fanatici e, probabilmente, se diciamo che i feti umani non devono essere abortiti e i bambini non devono essere rapiti per sacrificarli nelle messe nere, siamo ancora fanatici.

C’è sempre qualcuno che, a corto d’argomenti o privo del tutto di coscienza, accusa le persone che ne hanno una di fanatismo. L’importante è che il meccanismo demoniaco di sopraffazione sia ben oliato e tutti stiano al loro posto.

Non si accorgono, questi golem del calcio e della tivù, che i loro padroni li stanno abituando all’idea dei sacrifici di sangue, idea non nuova nella storia, ma sempre rimossa. Certi comportamenti maledetti sono come la polvere che si scopa sotto il tappeto: il pavimento sembra pulito, ma lo sporco c’è ancora, è solo scomparso alla vista. Oggi è toccato ai cani, domani toccherà agli umani. Le armi atomiche fremono d’impazienza.


All’epoca dei romani bastava un gallo per eseguire il rito. Oggi che sulla Terra siamo in sette miliardi ci vogliono ecatombi. E tali sono quelle delle galline seppellite vive in occasione della presunta pandemia o i bovini inceneriti per la mucca pazza, la vivisezione a cui ho accennato prima e soprattutto l’immane carneficina che si consuma nei macelli di tutto il mondo, per soddisfare il Dio Ventre, gemello siamese di Moloch.

Le cifre sono da capogiro.

Né io né i miei colleghi animalisti siamo riusciti a fermare le stragi di cani in Ucraina, benché l’Unione Europea abbia dato finanziamenti all’Ucraina per attuare sterilizzazioni – finanziamenti che qualche autorità del posto si è mafiosamente intascata – e l’unica eggregora che mi sento di inviare, sottoforma di malocchio iettatorio, è che ci scappi qualche decina di morti per compressione della cassa toracica, come capitò ad Heysel nel 1985.

So che non è carino augurare il male al prossimo e so anche che i demoni che tirano le fila del mondo godranno ancora di più, ma io, scusate, non ce la faccio più a porgere l’altra guancia.

Gli animali, è una vita che la porgono e l’unico risultato che ottengono è quello di facilitare il lavoro dello sgozzatore rituale, sia esso rettiliano mutaforma o macellatore di pura stirpe ominide.

Io non li sopporto più, questi giocosi assassini.

 

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